Ho visto un film documentario su Fausto Coppi e mi ha molto colpito.

I giovani non sapranno neanche di chi stia parlando ma e’ stato uno dei ciclisti italiani piu’ forti che abbiamo avuto in un’ epoca in cui il ciclismo era il nostro principale sport nazionale perche’ il calcio all’epoca non era ancora decollato.

Coppi inizio’ a correre sotto il regime fascista e concluse la sua carriera alla fine degli anni 50 quando morì a quarant’anni dopo aver contratto la malaria.

Nella sua breve vita vinse 5 giri d’Italia e 2 tour de France ma vide anche da atleta la nascita e la fine del fascismo e fu pure arruolato in guerra combattendo in Africa. Lo chiamavano l’Airone per le sue lunghe gambe infaticabili grazie alle quali spingeva sui pedali di biciclette pesanti con cui attraversava le strade sterrate delle Alpi e degli Apennini. Era un  Piemontese coriaceo e gli si opponeva un altro grande del ciclismo, un certo Bartali, Toscano, pure lui coriaceo. Due eterni rivali.

Riguardare certe immagini originali in bianco-nero e ripercorrere la sua storia non nascondo mi abbia commosso. Lo sport oltre ad essere vissuto senza orpelli, senza business milionari era all’ epoca tanto sacrificio e spirito di abnegazione ma anche intriso di tanta solidarieta’, quella solidarieta’ che Coppi e Bartali pur essendo rivali si dimostravano vicendevolmente nei momenti di necessita’.

Sentimenti che piano piano con il passare dei decenni si sono affievoliti lasciando il passo al calcolo e al business anche nello sport. Coppi ha rappresentato quell’ Italia che attraversava drammi ma voleva uscirne con l’impegno e con l’ orgoglio.

Muore quando aveva vinto tutto, aveva raggiunto notorieta’ e stava diventando ricco, quando il Paese si stava avviando verso il boom economico.

Abbiamo avuto tanti campioni nello sport ma quell’uomo ha rappresentato tante cose insieme come pochi altri, chapeau.
Posted by:Sandro Geromin

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