È come brandire una sfera di cristallo e scrutare il paesaggio in essa circoscritto; con tutta la distanza placida e contemplativa dell’avventore della bottega d’antiquariato che sta per acquistarla.

Un diorama perfettamente simmetrico è quello che mi possiede mentre lo guardo da ogni angolazione; lo inclino e i fiocchi di neve evanescenti scivolano in un fossato laterale.

Le rughe della sua superficie instillano quel senso acuto d’impotenza che la circolarità riesce a trasmettere- suggestionando con l’idea che lo spazio incurvato non possa sostenere la propria postura e come effetto, in senso lato, anche il proprio proposito.

Assorto e distratto- abbasso quasi del tutto la serranda, lasciando le imposte socchiuse; la luce invernale filtra sul mio collo chino sull’oggetto.

I numerosi palazzi gotici, dai frontoni singolarmente squadrati, che l’immagine ossessivamente mi propina sembrano- nella mia immaginazione- andare a commutare le casupole campagnole che fuori dormono silenziosamente; le loro guglie si ripetono come lance innalzate contro una stanza aurora.

Si ripetono i quadratini di cemento marrone di cui tutti questi edifici sono- a livello microscopico- composti; si ripetono e ridondano per evidenziarsi e enfatizzarsi, e la loro precisione architettonica suggerisce che siano anch’essi edifici in miniatura- asfissiandomi con la suggestione che, pur essendo io all’esterno, sul viale ampio e sgombro, sia comunque costretto a vagare in uno spesso tessuto a maglia di porte che danno su stanze, corridoi, mansarde e taverne che comunicano di nuovo con le mansarde- ribaltando la prospettiva delle sequenze logico- spaziali.

Le porte d’uscita sono accessi a nuove dimore, e ciò non si può interrompere- per via dell’indeterminatezza riguardo al quantitativo di quadratini di cui ogni edificio è composto e che compongono anche i quadratini stessi. La neve è pastosa, impressionista; le sue corpose pennellate lattiginose vanno a cancellare tratti essenziali dello scenario- come parte dominante d’un faro in lontananza.

Una scatola cinese di paura è quel che capto nella mia contemplazione; la paura che quel labirinto asfissiante di forme genera e la paura della sua stessa cancellazione per via della neve; questo è il terrore dell’abbandono- che regna nei pori delle mortali spoglie- anche quando la precarietà e il degrado del proprio contesto siano inauditi. Penso all’uomo intento a suicidarsi, zelante e dal dolore acclarato e consolidato- ormai- come un coagulo d’acido miele in gola; subconsciamente, in qualche recesso la cui visita è proibita, se è credente si consolerà con la certezza di ricever la compagnia dei più barbaramente presenti diavoli, negli inferi, dopo la sua dipartita; mentre, se ateo, sarà accarezzato e lambito dalla prospettiva d’un humus fresco e del tepore del mogano a, rispettivamente, rinfrancarlo e accudirlo.

La luna è un disco satinato, gelido e opaco; aperta come un ventaglio mi fissa e trapassa, mi fissa e trapassa nella coltre notturna; ha le mani d’una matrigna frigida e lo sguardo d’un cane collerico; non ho mai visto riproduzione più vivida dell’angoscia impotente ed inerme; i suoi contorni sono seghettati- a simulare con beffarda perfidia un sole raggiante ma mutilato.

È così paradossalmente caldo il colore usato- anche per quanto concerne la stesura dei colori freddi, che è come un dipinto tridimensionale; dipinto commissionato da me medesimo per il mio intrattenimento notturno. Ho da sempre trovato una certa attrattiva nei riguardi degli incubi; riescono a riportare allo stato brado, a far gemere i condottieri e gli uomini più temerari nelle seriose conche dei loro letti; ma peccano nel non riuscire a perforare la parte più razionale della mente; arrivano, struggono, terrorizzano e si dissolvono. Quando interpretati, possono acquistare uno stato simbolico; in coalescenza s’assodano nel proprio pensiero ma l’alchimia spietata che prima sortivano con il sangue non vien più replicata; si trasmuta, al più, in stretto autocontrollo e audacia pertinace con l’intento d’affrontarli. Invece, con questo posso sgomentare il mio sonno incerto; posso intrattenerlo e condirlo- con la perversione sacra della curiosità e del dono dell’incoscienza.

E la crepatura del suo involucro onirico, così simile a quella ragnatela di pensieri indistinti che tracciano l’insussistente rotta del giorno nebuloso; riprodotte con perizia, incisive ma non marcate- a render l’idea che si dissolvano nel fondale con lugubre invisibilità. Un fremito talvolta percorre diagonalmente il corpo cibernetico in cui ho fatto installare la mia coscienza; gli ingranaggi della mia mente ruotano con cadenza costante e io mi rispecchio nel clangore che esercitano contro il capo sintetico.

Ci sono voluti mesi per riuscire a far programmare questo macchinario e per trasferire un segmento cablato di me stesso al suo interno, in modo che possa nefandamente godere di quest’incubo; ma la verità- che appare di rado da un anfratto del mio autentico io- ovunque esso sia- è che quel diorama è l’esatta replica del luogo che circonda l’abitazione ove io (ciò che ne resta) vivo da recluso con le imposte socchiuse; e le controverse sensazioni che sprizzano dal sottosuolo di questo sono frammenti del mio vissuto. Programmato per non ricordare questa realtà, continuerò a pensare che questo posto immaginario sia il mio personale gioco quotidiano; programmato per non spalancare le finestre, la mia memoria originaria continuerà a ostacolare queste saltuarie interferenze di lucidità da parte di me. L’incontro con l’oblio stagnante di sudori che non posso avvertire si ripresenta.

Posted by:Mons

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