Internet si sa’, ha modificato molte abitudini e anche quelle che consideravamo necessita’.

Soprattutto nell’ ambito del lavoro.

Quasi trent’ anni fa mi occupavo del commerciale, tritavo molte decine di migliaia di chilometri in un anno, alla sera prendevo nota delle richieste di appuntamento che arrivavano in azienda, richiamavo, fissavo e stabilivo le tabelle di marcia ….Per me duro’ poco ma era bellissimo lavorare cosi; eri libero se volevi di passare da un cliente senza appuntamento e ti riceveva.

Nel 90 fui tra i primissimi a cadere nella trappola del telefono portatile.A parte le bollette da paura, inizio’ il dramma della perenne reperibilita’, degli appuntamenti disdetti all’ ultimo e delle richieste impossibili anche alla sera tardi. Poi arrivo” Internet con le sue mail e compagnia bella 😉 a schiavitu’ delle regole aumentava, i contrattempi anche, seppure, obiettivamente, alcune parti del lavoro ne vennero agevolate. Pian piano comunque scemava il rapporto umano col cliente e in concomitanza con il cambio generazionale nativo digitale (o quasi), tutto il rapporto comnerciale muta e si spersonalizza.

Ora che guardo i miei comnerciali vedo che e’ un’impresa ottenere un appuntamento, che le mail di presentazione oramai non le caga piu’ nessuno e, al telefono, i clienti tolgono addirittura la spunta blu dai messaggi che si inviano su whats app.

Per contro i bocconiani incravattati degli uffici marketing, che ora rappresentano i nuovi interlocutori, navigano sul web per cercare qualcosa da acquistare al miglior prezzo, commettendo spesso errori madornali perche’ non hanno nessuna esperienza pratica di valutazione. Quella che avevano coloro che li hanno preceduti quando si incontravano con te nel salottino aziendale grazie al fatto che toccavano con mano il prodotto e sapevano bene cio’ che ci stava dietro.

Ora un commerciale viaggia meno, risparmia benzina e se gli va di culo combina col cliente una conference call infarcita di chiacchiere virtuali che spesso pero’ non si conclude con un ordine.

Posted by:Sandro Geromin

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